Sono un amante dei libri e delle storie: intervista a Fabrizio Silei, Trappola per volpi

 

51RyXcUvqEL._SX325_BO1,204,203,200_Il contadino e il suo “fagianino” sono l’originale coppia di investigatori del giallo d’esordio di Fabrizio Silei “Trappola per volpi” (Giunti). Ambientato tra Firenze e il Chianti nel periodo fascista, il romanzo propone un’indagine delicata e difficile sull’omicidio della bella e giovane moglie di un senatore amico di Mussolini e apre scenari vecchi e nuovi sulla realtà del periodo facendone emergere pecche, soprusi, falsità e durezze. La cattiveria di quegli anni e quella dell’assassino che non si ferma a una sola vittima, contrastano con l’umanità disarmante di Pietro Bensi, contadino presso la tenuta di un conte. Uomo buono dall’intelligenza superiore, amante dei libri e dei marchingegni, indagatore della natura e dell’animo umano, Pietro ha un legame molto forte con Vitaliano, il figlio del suo fattore, con cui ha indagato in tempi non sospetti su un crimine avvenuto in paese. Vitaliano chiamato affettuosamente “fagianino” da Pietro per il suo carattere remissivo e mite, lascia la vita campestre, studia e  diventa vice commissario a Firenze e, per il suo primo caso non può non avere accanto il suo Pietro col suo intuito e la sua capacità di osservazione. L’investigazione di coppia è anche un bell’omaggio dell’autore alla classica detective story.

Dalla narrativa per ragazzi al giallo di stampo classico. Quando hai deciso che era giunto il momento di dedicarti a un romanzo per adulti e perché hai scelto il genere giallo?
Sono un amante dei libri e delle storie, e ho sempre letto tantissimi libri gialli divertendomi ad esplorare le mille varianti del genere. I romanzi polizieschi o gialli sono spesso considerati un genere d’intrattenimento, ed in molti casi è senz’altro così, non c’è niente di più rilassante che sedersi su una sedia a sdraio in giardino e leggersi un bel giallo. Eppure non necessariamente il romanzo giallo, di genere, è “minore”. L’espediente della storia gialla ha permesso e permette a tanti autori di dire la loro sul mondo e di raccontare l’uomo e la società spesso più di quanto non riescano a fare i romanzi che si definiscono letterari. Delitto e Castigo non è forse anche uno splendido giallo? E come si fa a dire che “Il giorno della civetta”, non è un libro di letteratura perché racconta di un omicidio? Questo per dire che le discussioni su etichette, generi e categorie, o sul target di una storia, mi hanno sempre appassionato poco. Credo che la distinzione sia ancora semplicemente quella fra una bella storia e una cattiva storia. Con il passare degli anni mi sono accorto che in romanzi come “La doppia vita del signor Rosenberg” o “Se il diavolo porta il cappello”, mi stavo progressivamente allontanando dalla linearità delle mie prime storie immaginando un lettore più adulto e maturo, inserendovi una macchina narrativa fatta di ingranaggi, misteri, suspence e rivelazioni, in qualche modo già “gialla”, ma anche una ricerca sul linguaggio che richiedeva la complicità di lettori eccellenti non sempre facili da intercettare fra i ragazzi. Da tempo avevo voglia di fare i conti con la mia storia familiare, una famiglia di contadini socialisti che da mio nonno in avanti ha attraversato il Novecento, due guerre mondiali e una dittatura, ma stentavo a farlo per il timore di scrivere una storia esageratamente letteraria o pretenziosa, di essere autoreferenziale o apparire addirittura presuntuoso. Il genere giallo mi ha permesso di dire qualcosa sull’oggi guardando indietro, usando l’arma dell’ironia e del romanzo popolare e di genere per dar corpo a una visione del mondo che è quella dei miei personaggi e un po’ anche la mia.

Un giovane investigatore e un contadino dalla grande esperienza di vita, attraverso Vitaliano e Pietro racconti anche due generazioni?
Sì, è così, e forse nella dinamica che li lega c’è anche l’inizio di una trasformazione sociale così come si è realizzata, un cambiamento antropologico che è già evidente in Vitaliano che rinuncia a fare il fattore come suo padre e decide di andare in città, studiare e fare carriera in polizia nonostante il fascismo. Ho creato il personaggio di Pietro Bensi ispirandomi a mio nonno Martino e ai suoi racconti di guerra arrivati a me attraverso mio padre. Pietro, come forse direbbe Pasolini, rappresenta l’anima e la cultura contadina  del nostro Paese, la voglia di sapere e di elevarsi di chi è stato privato della possibilità di studiare e di sapere, ma rappresenta anche un’umanità fatta di persone ancora legate alla terra, ai cicli della natura e all’etica del lavoro, che facevano una vita durissima, per niente invidiabile, ma sapevano anche accontentarsi nel senso più nobile del termine. Pietro ricorda un’altra Italia e altri italiani, quei nostri nonni e genitori che hanno lottato per la nostra libertà e costruito l’Italia democratica del dopoguerra sacrificandosi per farci studiare, come si dice. Vitaliano, invece, il giovane commissario che si affida “al suo vecchio” e alla sua prodigiosa intelligenza per tentare di risolvere i casi che gli capitano in questura, è già più simile a noi. È colto e sensibile, un buon ragazzo, ma in qualche modo ignorante, sradicato, spesso ansioso, insicuro e confuso. Non sa leggere la Luna, indovinare il tempo come Pietro, non ha mai desiderato vedere gli affreschi di Masaccio pur avendocelo a due passi da casa, è di molte, a volte troppe parole mentre Pietro le misura al millimetro. Ed inoltre Vitaliano è sì un buon ragazzo ma è anche, in qualche modo, meno attento agli altri di Pietro, questo contadino che, oltre ad essere geniale è capace di conservare “una grande umanità in un’epoca disumana”.

Trappole e enigmi, quali sono le altre specialità di Pietro?
La capacità di osservare e di vedere oltre l’apparenza delle cose e di capire l’anima delle persone, di saper consolare, abbracciare, dire una parola di conforto che sia quella giusta al momento giusto: una grande umanità, come dicevamo. Ma anche un’abilità attoriale innata che viene fuori al momento di fingersi sciocco di fronte al prefetto, o di far la parte di un capo commissario fascista di fronte a un interrogato. Una sete di sapere senza limiti, soprattutto filosofica e scientifica e una spiccata capacità di ragionamento e di ricostruzione degli eventi.  Pietro è spesso in grado di prevedere le mosse degli altri e anticiparle, e questa dote si unisce a una forza fisica che è appena attenuata dall’handicap del braccio. Un uomo che sa anche far paura ed esser duro, se necessario. Un ribelle che fatica a tener a freno la lingua di fronte all’autorità perché sa quello che vale, ma anche un contadino paziente che sa accontentarsi del suo lavoro e del suo destino e che più che a se stesso pensa sempre alle conseguenze che le sue azioni possono avere sulla famiglia, la moglie e i figli, Vitaliano.

Vitaliano per Pietro è il suo fagianino, che rapporto c’è tra i due?
Un rapporto di amicizia fra maestro/discepolo, ma anche a tratti un rapporto padre/figlio dove il figlio aspira alla stima del padre che sa non totale. Pietro vuole bene a Vitaliano e viceversa, insieme ragionano sui casi che è una meraviglia, ma Pietro si addolora perché se lui avesse 28 anni come Vitaliano non sarebbe a fare il poliziotto per il governo fascista ma sarebbe in Spagna a combattere per la libertà di quel popolo. Vitaliano è anche il figlio del fattore, che cerca di fare il suo dovere a prescindere dal regime, che tenta di avere comunque una vita venendo a patti con il momento storico. Pietro no, lui fa quel che può fare, rischia dando il suo contributo a pericolose trame antifasciste, e se non fosse per la responsabilità della famiglia oserebbe anche di più. Non è sempre così? Non siamo sempre pronti a dire ai giovani cosa faremmo al loro posto se lo fossimo di nuovo? E questo a prescindere da cosa abbiamo fatto quando lo eravamo. Ma grazie alla tua domanda mi preme spiegare perché Pietro lo chiama “fagiano”. Il fagiano come noto è una specie di gallo o di pollo selvatico che proviene dall’estremo oriente e vola a fatica e che spesso, sin dal Cinquecento, in Italia viene allevato e poi liberato a scopo venatorio. Inesperto del mondo naturale e della vita libera va incontro alle auto, al cacciatore o al cane senza paura, per questo raramente riesce a farsi furbo, invecchiare e inselvatichire. Da qui il modo di dire chiantigiano: «Tu sei un fagiano!» «Vieni via fagiano! Ti fai male così!» «Lascia fare a me fagiano!» spesso usato nei confronti di bambini, ragazzini o giovani artigiani delle botteghe visibilmente ignari dei pericoli della vita e del mondo e privi dell’esperienza per affrontarli. Fagianino è il nomignolo affettuoso che usa Pietro con Vitaliano fin da quando era un bambino e si accompagnava a lui attratto dalla personalità dell’uomo.

Hai concepito il romanzo già pensando alla serialità?
Questo è innegabile, non si costruiscono un mondo e una coppia di investigatori come questi pensando a un solo romanzo. Se è vero che in “trappola per volpi” il caso si chiude, troppe storie legate alla vita dei protagonisti rimangono aperte. Non è solo un giallo, il giallo è una parte della storia, il modo per raccontare un mondo, degli uomini con le loro passioni e i loro desideri e un’epoca storica. Sto già pensando al secondo. Se questo verrà accolto bene e Pietro e Vitaliano saranno amati dai lettori, potrò scriverlo. Sto già studiando e non vedo l’ora.

MilanoNera ringrazia Fabrizio Silei per la disponibilità
Qui la nostra recensione a Trappola per volpi

Cristina Marra

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