Il mio interesse per i casi insoluti: Il giallo di Via Poma, intervista a Massimo Lugli

Da qualche giorno nelle librerie con Il giallo di Via Poma, Newton Compton, scritto con Antonio de Greco, Massimo Lugli ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

In agosto ricorre il trentesimo anno dal delitto di Via Poma. C’è qualche altro motivo per il quale tu e Antonio Del Greco avete deciso di scrivere questo giallo?
Il trentesimo anniversario dell’omicidio di via Poma è stata l’occasione per realizzare un progetto che ci era venuto in mente mentre scrivevamo “Città a mano armata”. Il libro era una sorta di viaggio attraverso una serie di casi eclatanti che avevamo seguito, Antonio come investigatore, io come cronista, su binari paralleli. L’omicidio di Simonetta era uno di quelli che hanno fatto più scalpore e, come per il “Canaro della Magliana” o “Quelli cattivi”, abbiamo pensato di trasformarlo in un romanzo.

Secondo te, se non ci fossero stati casi di omertà e depistaggi all’epoca, si sarebbe potuto scoprire il vero colpevole?
Non credo che i depistaggi o le ingerenze abbiamo seriamente compromesso l’inchiesta. Per la maggior parte sono state solo perdite di tempo come avviene spesso in queste circostanze. L’indagine è fallita per una serie di altri motivi tra cui, probabilmente, il ruolo di Pietrino Vanacore, mai chiarito del tutto.

Qual è l’elemento che, a tuo parere, ha colpito di più l’immaginario degli italiani, che per tanti anni hanno seguito l’evoluzione delle indagini?
Sicuramente a rendere il caso più clamoroso è stata proprio la vittima, Simonetta: una ragazza giovane, bella, riservata e dalla vita assolutamente priva di ombre. La personalità dell’uccisa, la brutalità dell’omicidio e il fatto che sia avvenuto in un ambiente chiuso hanno suscitato una grande emozione corale e attirato l’interesse dei media. Se ci si fa caso, quasi tutte le grandi storie di cronaca nera sono quelle in cui la vittima è una donna

Nel libro c’è un episodio, piuttosto divertente, nel quale il vicequestore Elleni si “libera” di una falsa prova. Erano davvero così “improvvisate” le perquisizioni nei casi di omicidio in quell’epoca?
Teniamo conto che siamo nel primo anno dell’introduzione del nuovo codice di procedura penale. Gli investigatori giocano con regole completamente nuove: la polizia giudiziaria, che in precedenza dirigeva le indagini, viene in qualche modo assoggettata al ruolo del Pm, che diventa titolare dell’inchiesta. Tutto era piuttosto confuso e spesso polizia e carabinieri ricorrevano a metodi usati con disinvoltura fino a pochi mesi prima.

Il giallo di via Poma” evidenzia, come nei tuoi libri precedenti, la collaborazione fra la stampa, con il cronista di nera di Repubblica Marco Scalesi, e la polizia, nella persona del vicequestore Tommaso Elleni. Chi è che ci ha guadagnato di più da questa collaborazione nel frangente dell’omicidio di via Poma?
Il rapporto cronisti-investigatori è centrale in tutti i nostri libri. Era una collaborazione basata sul vantaggio reciproco ma anche su amicizia e stima che si creavano negli anni. Noi giornalisti cercavamo notizie fresche e attendibili, gli inquirenti supporto e visibilità. Una sorta di “do ut des”. Ma il rispetto dei reciproci ruoli e la professionalità nel gestirli erano, a mio parere, più solidi rispetto a quello che avviene oggi. Io e Antonio, in questo, siamo due veterani un po’ nostalgici.

Capita spesso che personaggi importanti facciano pesare la loro ostilità quando si cerca di indagare o intervistare i loro parenti?
No, questo avviene piuttosto raramente e di solito senza reali conseguenze. Nel nostro sistema penale, soprattutto a Roma, è molto difficile influenzare e depistare un’indagine, soprattutto per omicidio. C’è stato qualche caso sporadico ma non è certo la regola. Chiaramente una famiglia agiata e potente può mettere in campo una difesa più agguerrita con penalisti di grido ma questo fa parte del gioco.

Questo libro è scritto da due autori e la vostra è una collaborazione che dura da parecchio tempo: come riuscite a farla funzionare al meglio?
Il segreto è questo: Antonio e io ci divertiamo da matti. Scrivere insieme è una gioia e una scoperta: ci incontriamo, parliamo, ci telefoniamo diverse volte al giorno manco fossimo fidanzati… Nelle scelte creative, nello stile, nei tempi e nella scansione dei romanzi siamo in perfetta sintonia. Io personalmente ho scritto a quattro mani solo “Lo chiamarono Gladiatore” con Andrea Frediani ma in realtà ognuno di noi ha redatto una parte diversa del testo, quindi non è stata una vera e propria collaborazione. Personalmente mi considero un autore individualista.

I casi di cronaca nera insoluta danno la possibilità a te come autore di scriverne, utilizzando anche la fantasia, come nel romanzo “Il giallo Pasolini”. Ma come giornalista non ti sei mai sentito sconfitto o deluso per non aver potuto mettere la parola “fine” a un caso di cronaca nera? E se sì, in quale o quali casi?
Parecchi casi insoluti mi hanno fatto riflettere per anni. Il più atroce fu l’omicidio di Ida Pischedda, negli anni 70: la ragazza, incinta, fu mutilata e straziata. Il fidanzato e sua madre vennero coinvolti, processati e infine assolti: caso mai risolto. Ma anche il giallo di Pier Paolo Pasolini e alcuni aspetti del delitto di Balsorano (l’assassinio di Cristina Capoccitti, 5 anni, per cui venne condannato lo zio Michele Perruzza) mi sono rimasti indelebilmente nella memoria. Detto questo, in tanti anni di cronaca nera si acquisisce, inevitabilmente, una sorta di impermeabilizzazione alle emozioni, altrimenti non si potrebbe andare avanti nel lavoro. Succede sia ai cronisti sia ai poliziotti.

Nel libro c’è un personaggio, di cui non parlo per non fare spoiler, che accusa Marco Scalesi di non aver dato, sul giornale, il giusto spazio alla sua assoluzione. Pensi mai al potere che avete voi giornalisti quando decidete di dare un notizia piuttosto che un’altra, e con maggiore o minore risalto?
Ebbene sì, ci penso spessissimo. Una notizia di due colonne sul giornale può rovinare una vita e spesso chi viene stritolato dai media non ha possibilità di rifarsi. Anche Antonio ne sa qualcosa visto che venne accusato, a torto, di complicità con la Banda della Magliana e poi completamente scagionato. Ho cercato di tener presente questo aspetto durante tutta la mia vita professionale.

Nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro tuo libro: di cosa tratterà e sarai l’unico autore?
Sì, dovrebbe chiamarsi “L’Avvoltoio” (il titolo provvisorio è Narcoroma) e doveva uscire a marzo ma è stato bloccato dal lockdown. E’ una storia di fantasia su una serie di omicidi sessuali vagamente ispirata a una vicenda del passato ma ambientata ai giorni nostri. Nel romanzo compaiono due personaggi a cui siamo affezionati: Tommaso Elleni, alter ego di Antonio e Angela Blasi, investigatrice di punta che, invece, è di pura fantasia e che, secondo me, è una figura femminile riuscita benissimo, con le sue nevrosi e le sue contraddizioni. Mi innamorerei all’istante di una così, se esistesse.

Seguendo la tua pagina Facebook, ho visto che nel periodo di lockdown del Covid hai fatto volontariato. A parte questa scelta ammirevole, come è cambiato, se è cambiato, il tuo punto di vista, come uomo e come scrittore, sul mondo e sulla società italiana?
Il volontariato, con l’Associazione italiana sclerosi multipla e la Croce Rossa è stata una scelta a cui pensavo da tempo. La pandemia mi ha dato l’occasione di agire e scendere in campo: non avrei resistito all’inerzia e sentivo l’obbligo di fare qualcosa. Un’esperienza che mi ha cambiato, mi ha fatto vedere molte cose in prospettive completamente diverse e mi ha fatto riflettere sul dolore, la povertà, il bisogno di aiuto. Questo, probabilmente, si rifletterà anche sul mio piccolo lavoro di scrittore. Ovviamente continuerò a prestare la mia umile opera di volontario, soprattutto con l’Aims.

Pensi che tu e i tuoi colleghi autori in futuro sarete costretti a fare i conti con la pandemia del Covid, nelle trame e nello stile delle vostre opere, oppure tutto rimarrà invariato?
Non so quanti scrittori stiano scrivendo romanzi ispirati al Covid. Uno, sicuramente, sì: il sottoscritto. Sono a pagina 110 di un libro ambientato in uno scenario catastrofico, dove l’intera umanità è divisa in due grandi fazioni: chi ha tutte le comodità e la tecnologia e chi è ridotto a livello di cavernicoli. Malattie, carestia, animali feroci, montagne di rifiuti, strade distrutte, ville circondate da eserciti privati ecc…Ho ripreso un pochino le tematiche dei miei primi romanzi, quelli con “Lupo Solitario”, con un tocco di post catastrofismo in più. Speriamo funzioni, inshallah.

Se ti proponessero di produrre un film o una serie tv da uno dei tuoi libri, quale pensi sarebbe più adatto a una trasposizione e perché?
Sicuramente la trilogia “Stazione omicidi” su cui ha lavorato una produzione televisiva. I diritti de “Il Criminale” sono stati invece acquistati da un giovane e talentuoso regista e potrebbero diventare una serie tv. Ma il libro più “cinematografico” tra i miei 21 romanzi pubblicati è certamente “Il Guardiano” cui sono particolarmente affezionato perché è incentrato sulle arti marziali, seconda grande passione della mia piccola vita. La prima è la scrittura.

 

Ringraziamo Massimo Lugli per la disponibilità e la cortesia nel concedere questa intervista, e la Newton Compton per la gentile collaborazione.

Raffaella Bianchi

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