La paura più grande è quella di deludere i lettori. Intervista a Cristina Cassar Scalia.

Qualche  domanda a Cristina Cassar Scalia, in libreria per Einaudi  con  La salita dei saponari  e  con Tre passi per un delitto, scritto a sei mani con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni.
Ciao Cristina,
con che stato d’animo si affronta il terzo libro di una serie che ormai è entrata nei cuore dei lettori?

La paura più grande qual è?
La paura più grande è sempre quella di deludere i lettori. Spero non avvenga mai!

Partiamo dal principio, dalla frase in esergo: perché proprio quella frase de Il fu Mattia Pascal?
L’idea mi è venuta a libro concluso. Ho intravisto qualcosa di Pirandelliano nella storia di Esteban Torres, e ho deciso di citare quella frase.

Il primo personaggio che incontriamo, una delle due persone che rinvengono il cadavere, è un buffo concentrato di pregiudizi sul meridione. Tu avei qualche pregiudizio sul nord che poi hai confermato o confutato?
Assolutamente no! Mai avuto pregiudizi nei confronti di nessuno. E non ho mai nemmeno notatopreconcetti di alcun genere da parte dei miei molti amici settentrionali nei confronti del meridione. Ho inventato quel personaggio come una macchietta, e come tale doveva avere tratti esagerati e ridicoli. Una caricatura, insomma. Uno stereotipo ambulante. Però sulla questione del clima mi sono divertita un po’. Spesso chi viene dal nord Italia è convinto che in Sicilia si stia in maniche di camicia tutto l’anno, il
che non è vero.

In un paio di punti parli della Brianza, cos’hai contro di noi? Scherzo, ovviamente, però essendo io brianzola...
Sono stata una sola volta in Brianza, l’anno scorso, e mi è piaciuta. L’ho nominata come esempio di provincia lombarda, visto che i due soggetti in questione provenivano proprio da lì. E l’altronpersonaggio, l’uomo, da bravo meridionale c’era andato bardato come per un’escursione al polo nord. (Come vedi non è solo la settentrionale che ho descritto come una macchietta!)

La stanza dei cimeli dei latitanti catturati esiste veramente?
Sì esiste. Alla sezione Catturandi della Mobile di Palermo. Mi aveva colpito molto, quando c’ero entrata, così ho deciso di inserirla nel libro.

C’è mai stato qualche libro che ti ha turbato talmente tanto che, come Vanina, l’hai eliminato fisicamente dalla libreria?
No. Non ho mai eliminato nessun libro. In realtà il libro che aveva turbato Vanina, aveva turbato parecchio anche me. Però non dirò il titolo!

Leggendo ho proprio avuto l’impressione che tu fossi più “sciolta”, più a tuo agio: come se la macchina fosse stata ampiamente rodata e adesso ti potessi permettere una guida più sicura e veloce. Mi sbaglio?
Forse è così. Convivo con Vanina, e con tutti i personaggi intorno a lei, ormai da anni. Ho acquisito una certa confidenza e spesso li lascio andare per la loro strada limitandomi a inseguirli. Finiscono sempre col portarmi nella direzione giusta.

Devo ammettere di non avere controllato, ma mi sembra che tu abbia usato un po’ di più le parole in dialetto
Dipende dai dialoghi. Ci sono dei personaggi che realisticamente parlano in siciliano più di altri, se questi personaggi hanno più spazio ovviamente i termini dialettali usati diventano di più.

I personaggi di Patanè e Bettina, i due più anziani, sono un concentrato di amore e tenerezza. Ti sei ispirata a qualcuno che conosci e ami per delinearli?
Sono la sintesi di tante persone che hanno fatto parte della mia vita, molte delle quali ormai non ci sono più. Con in più qualcosa di cinematografico.

Da cosa parti per la creazione di un personaggio? Aspetto caratteriale, fisico, o altro?
Dalla sua funzione nella storia.

Vanina mangia senza pensare alle linea, e questo ci piace tanto, non disdegna un bicchiere, ma soprattutto fuma le Gauloises, roba fortina, da vero noir. Una donna che se ne frega degli schemi, direi…
Riguardo al cibo è semplice: Vanina mangia tutto quello che vorrei mangiare io! Il resto invece fa parte del suo personaggio, che è senza dubbio fuori dagli schemi.

Sei una che programma rigidamente la sua scrittura? Usi scalette?
Sono disordinatissima. Creo sempre una scaletta, che poi disattendo puntualmente.

Sei un medico, quindi immagino che non sia difficile per te parlare con anatomopatologi o altre specializzazioni per avere le informazioni necessarie per le tue trame, ma per la polizia, come funziona?
Nei ringraziamenti citi tutte le persone che ti hanno aiutato. Ora ei una scrittrice nota, ma quando ancora
non lo eri, sei stata “presa sul serio” fin dalla primissima richiesta’?
Sempre. Ho avuto la fortuna di trovare sin dall’inizio, nella polizia, persone disponibilissime con cui ho instaurato rapporti di amicizia. Così anche nella polizia scientifica. Sono stata accolta con grande disponibilità sia alla mobile di Catania, che a quella di Palermo. Per questo libro ho disturbato perfino il questore di Palermo.

Come hai vissuto il periodo del lockdown? Sei riuscita a leggere e scrivere? E come ti sembrano le presentazioni on line? Ti manca il contatto col pubblico?
Il periodo del lockdown è stato strano. Leggere e scrivere sembrava quasi faticoso, nonostante la quantità di tempo a disposizione e l’inattività forzata. Forse perché l’ho vissuto anche da medico. Le presentazioni online sono un buon compromesso, ma il contatto col pubblico dei lettori mi manca parecchio.

Mi dici la cosa più buffa o strana che ti è stata chiesta durante una presentazione?
Una volta mi chiesero se nella mia vita avevo mai pensato di fare il poliziotto. Mi sembrò una domanda incredibile. Il poliziotto io?

Da pochi giorni sei  in libreria con un nuovo libro, sempre per Einaudi, scritto con De Cataldo e De
Giovanni: ci puoi anticipare qualcosa?
È una storia nera, raccontata in prima persona da tre personaggi diversi, ognuno con la propria voce e
dal proprio punto di vista . Un po’ come in Rashomon, il celebre film di Akira Kurosawa del 1950.

MilanoNera ringrazia Cristina Cassar Scalia per la disponibilità.

Cristina Aicardi

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